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TURBATIVE — il Blog di Franco Bonciani

Franco Bonciani

Franco Bonciani, fiorentino, vicepresidente della Federnuoto Toscana, uomo di sport in generale e piscinaro in particolare. Con uno sguardo attento e scanzonato su quello che gli succede attorno

Le Olimpiadi e l'affronto di Malagò

di Franco Bonciani - lunedì 19 settembre 2016 ore 08:11

Giovanni Malagò

Il presidente del CONI Giovanni Malagò ha spezzato il sogno di milioni di fiorentini e miliardi di toscani, dopo che il presidente del Consiglio Regionale toscano Eugenio Giani, in risposta ai tentennamenti della sindaca capitolina Virginia Raggi, aveva detto con decisione che le Olimpiadi “se un si fanno a Roma, le si fanno a Firenze e in Toscana”. All’ombra del campanile di Giotto stavamo già pregustandoci un lampredotto a cinque cerchi. E invece nulla da fare! Malagò ha sentenziato che a Firenze e dintorni non s’ha da fare, adducendo problemi di tempistiche, strutture, infrastrutture ed altre amenità. Malefico Malagò.

Peccato, ci avevamo sperato tutti, non fosse altro per il fatto che qui a Firenze incombe la fine dei lavori per le linee 2 e 3 della tramvia (forse prima del 2024 ce la possiamo fare), e siamo in ansia al pensiero di ritrovarci un domani senza cantieri prestigiosi in città, qualche ingorgo, nuove strade nascoste da esplorare nel Camel Trophy quotidiano da Careggi a Piazza della Libertà.

Era la volta che grazie alle migliaia di miliardi che sarebbero arrivati a pioggia si dava un futuro ed un perché al viadotto che ancora oggi si tronca incredulo a Varlungo, e si realizzava la nuova pista di Peretola dentro la Buca Foster per farci arrivare gli aerei invece dei treni per la gioia dei comitati della Piana.

Si sarebbe realizzato il nuovo stadio per la Fiorentina, magari con pista d’atletica (così sarebbe nato sbagliato anche quello…), avremmo fatto del Mandela Forum una piscina coperta come doveva essere all’origine ed un nuovo Palazzetto dello Sport al posto della piscina Costoli.

A Firenze queste cose si sanno fare, abbiamo le prove.

Chi, dopo aver letto le prime righe, sta per chiamare il 118 e mandarmi un TSO, per favore, legga anche quelle sotto.

Sulla storia Olimpiadi Sì/Olimpiadi No si finisce ancora una volta col dividersi fra apocalittici sfigati ed inguaribili ottimisti: fra chi vede le Olimpiadi come la fossa definitiva del nostro Paese e chi se le figura come il rilancio di una nazione che comporterebbe chissà quali vantaggi, il toccasana a tutti i problemi italici, alluce valgo compreso.

Pericolosi gli uni e gli altri, come sempre.

In realtà le Olimpiadi, in un paese che vorremmo migliore, potrebbero rappresentare una bella occasione, se si riesce e si vuole in qualche modo voltare pagina. Gettando le basi perché opere pubbliche importanti non finiscano fra le fameliche grinfie di mafiosi, furbetti e qualche onesto imbecille.

Noi, come il replicante di Blade Runner, abbiamo visto cose…

Italia ’90, a Firenze. C’è da fare uno stadio nuovo per tre partite fra scapoli ed ammogliati. Meglio ristrutturare il Franchi. Il vecchio, caro, amato Franchi, piazzato in pratica nel centro di Firenze, che quando si giocano le partite è allarme rosso: si parcheggiano auto e motorini fin sugli attici compresi fra Coverciano e le Cure, e se uno si sente male da quelle parti anche un’ambulanza si muoverebbe con l’agilità di una Panda qualsiasi sul viale Morgagni in questi giorni. Si smantella il glorioso campo calpestato da Montuori e Julinho, Hamrin e De Sisti, Antognoni e Pagliari, abbassandolo di tre metri. Via la pista di atletica dove era stato realizzato il record mondiale degli 800 da parte di Sebastian Coe. Altri lavoretti accessori per renderlo “a norma”.

A lavori fatti lo stadio ovviamente è rimasto scoperto per tre quarti (quando piove ci s’arrangia) e le tribune, specie le curve, sono ancora a sette chilometri di distanza dal campo come se ci fosse ancora la pista. Ma tant’è, vuoi mettere la torre di Maratona, la vista di Fiesole, lo Scheggi e il bar Marisa a due passi? Si è speso molto per avere il solito stadio vecchio, ne abbiamo realizzato un altro per l’atletica, ma, evviva! abbiamo ospitato una partita di Maradona.

Nel corso dei lavori, fra le altre cose, viene realizzato l’anello di distribuzione dell’acqua sanitaria, quello per docce, cannelle e wc vari per tutto l’impianto, dalla tribuna principale girando per Ferrovia, Maratona, Fiesole e passando per la nuova piscina e palestra sotto terra. 

Un tubone in polietilene bello grosso, destinato a portare tanta acqua: messo a regola d’arte è indistruttibile ed infinito, con un alloggio adeguato, protetto come si deve. Se, invece, fai tutto in fretta e furia perché la prima partita incombe e sei in ritardo, lo butti sotto terra e lo ricopri con altra terra e una gettata di cemento, per un po’ regge, poi, col peso della terra soprastante non assestata, e con quello dell’acqua all’interno, piano piano si abbassa, va a trovare spunzoni di roccia e si spacca. Una, due, cento volte. Dopo pochi anni sarà necessario intervenire spendendo qualche centinaio di migliaia di euro per rifarlo, com’è puntualmente successo. 

Mi si raccontava di altri miliardi buttati via a bischero per il noleggio della struttura, un ponteggio rileccato, che dalla tribuna portava scapoli, ammogliati e Maradona alla enorme sala stampa sotto il tendone, dove ora c’è la pista per skateboard. Un bel troiaio, insomma. 

Ma andiamo avanti, altro esempio.

Piscina di Bellariva, 1988, incombono i campionati italiani di nuoto da svolgersi nella piscina ristrutturata. Stessa situazione, lavori che non vanno, contenziosi, continui cambiamenti al progetto. Arrivati alle porte coi sassi, c’è da finire, e tempo non ce n’è. L’infermeria che è prevista fra l’uscita dal piano vasca verso il lungarno Aldo Moro dove c’è il cancello per l’ambulanza viene sostituita dalla stanza del quadro elettrico, che non c’era tempo per metterlo altrove. L’infermeria sarà spostata, con scalette da fare, in situazione improponibile. Il quadro elettrico viene montato in fretta e furia, e gran parte dei cavi che ci arrivano sono murati senza canalizzazioni, alla faccia di tutte le norme CEI di questo mondo.

Mi fermo qui, potrei continuare, magari accennando al progetto di Calatrava, con tanto di piscina a Tor Vergata, che doveva essere pronto per i mondiali di Roma ’09 ed è ancora solo uno scheletro di acciaio e cemento.

Ma come funzionano gli appalti? Perché si è arrivati a questi disastri? Le cose, in quei casi, sono andate così:

  • è stato preparato un progetto senza aver valutato tutti gli aspetti, specie in caso di ristrutturazioni, come lo stato di salute generale dell’impianto e altri elementi nascosti che non risultano negli archivi o chevengono scoperti solo in corso d’opera;
  •  l’appalto è stato aggiudicato in base a bandi pubblici nei quali, non di rado (a quei tempi, quasi sempre) l’aspetto economico, il ribasso in sede di gara, è stato assolutamente prevalente e determinante. Quasi sottocosto.
  • Con queste premesse, iniziati i lavori saltano fuori problemi e incongruenze progettuali, partono contenziosi, richieste di modifiche ed interventi aggiuntivi, i prezzi salgono a dismisura e inizia una battaglia fra committente e ditta che dura all’infinito, col committente che non ha le risorse per far fronte alle “sorprese” e la ditta che può ben contestare il tutto, per la gioia di periti ed avvocati;
  • Gran finale: si arriva ad un passo dall’inizio dell’evento e quello che non era possibile in tempo di pace diventa possibile in tempo di guerra, anzi, di urgenza. Alla fine s’ha da finire, pena figure barbine in mondovisione, e sotto la “somma urgenza” passa di tutto. In due giorni si fanno lavori che avrebbero richiesto sei mesi, con degli obbrobri che durano il tempo di un amen e lasceranno il segno nei secoli, continuando a costare soldi e sangue per decenni.

Poi c’è chi riesce a fare le cose in maniera diversa, nel rispetto di progetti e tempi, comunque realizzando strutture che, per le generazioni a venire, rappresenteranno un valore e non un dissanguamento. Tipo Barcellona, che è diventata un’altra città dopo le Olimpiadi del ’92, oppure Sidney 2000, che aveva già pronti l’80 per cento degli impianti al momento dell’avvenuta assegnazione, e quindi Londra 2012, con impianti e strutture utili e funzionanti anche a distanza di anni o Torino 2006, che i torinesi mi raccontano migliore dopo le Olimpiadi, e senza scandali scandalosi.

Che le Olimpiadi siano un disastro oppure un’occasione di crescita dipende da noi, non sono né l’inferno né il paradiso. Sta a noi scegliere se ci vogliamo rassegnare a un “tanto in Italia non c’è nulla da fare, sarà sempre così”, e allora tanto vale emigrare, o vogliamo iniziare un percorso diverso, con prospettive serie, come succederebbe in un paese che aspira a diventare migliore.

Io ci proverei.

Franco Bonciani

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