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martedì 16 ottobre 2018

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Scrivere

di Marco Celati - giovedì 19 luglio 2018 ore 14:00

Dicono che scrivere sia facile, che non ci sia niente di speciale nella scrittura, basta mettersi davanti alla macchina da scrivere e sanguinare. Oggi, con un computer o un tablet andrà bene lo stesso. L’importante è sanguinare. E dicono anche che i migliori scrittori sono dei gran bugiardi. E forse è vero. Così, fra poeti fingitori e scrittori mentitori, la verità non la sapremo mai. Meglio così. In fondo la verità non esiste. Esistono opinioni, circostanze variamente interpretabili, punti di vista, viste di un punto o da un punto. E così la verità, la rappresentazione del vero, diviene relativa. Non è più un fatto assoluto e incontrovertibile. Magari basterebbe non scadere nel relativismo fatalista del pensiero debole; non che aspiri a pensieri forti, ma, di questi tempi, più deboli di così... D’altronde la voglia, il desiderio o la credenza di assoluto hanno portato spesso conseguenze funeste nella storia del genere umano e per ciascuno di noi. L’assolutismo, ad esempio, oppure le trasmissioni sulla politica dove tutti litigano, gridando la loro pretesa di assoluta verità, davanti a giornalisti aizzanti, moderatori o domatori, nella gabbia televisiva per lo spettacolo serale e seriale. Ma non serio. Anche le riunioni di condominio rientrano in questa fattispecie. E qui fa capolino una menzogna: non ci sono mai andato. Anche se per qualche ragione c’ho avuto a che fare. Non dirò quale, sono fatti miei. Non che abbia aspettative da gran scrittore, ma, nel mio piccolo, mentirò come tutti. E quanto a sanguinare, non sanguino tanto, né tanto a lungo. Non mi riesce. Forse dipenderà dal sangue, forse avrei bisogno di trasfusioni. Tra l’altro il celebre scrittore che diceva del sanguinamento, scriveva in piedi. Dicono si sedesse solo per scrivere lettere o compilare assegni. Anche Pessoa faceva così ogni volta che poteva: scrisse in piedi, di seguito, le trenta e passa poesie di Alberto Caeiro. Io, se non mi siedo, mi viene il mal di vita. A me piacerebbe scriverlo così, ma per la Crusca e nostra signora grammatica non è corretto. Va bene. Allora a me, se non sto seduto, viene il mal di vita. Il mal di schiena, per meglio dire, che però si somma al mal di vita e il combinato disposto non è certo salutare. Di compilare assegni poi non ne parliamo. Alla fine va bene così.

Eppure credo che, anche senza sangue, scrivere bisogna farlo in un modo che sia proprio il nostro. Che c’entri in qualche maniera, se non proprio il sangue, almeno il cuore. Anche solo un po’. Per il resto essendo richiesto cervello q.b. Non necessariamente q.i. Cioè, quanto basta più che con elevato quoziente intellettivo. Tutti scrivono libri, come tutti dicono che gli stranieri sono troppi. Non so se siamo diventati razzisti, non lo dico né lo escludo. Di sicuro sono certo che tutti geni non siamo. Per scrivere bisognerebbe avere cultura, aver letto molto e leggere ancora. E non sarebbe male avere anche studiato. Non disponendo di tutto ciò, non rientro nel genere e scrivo a scappa tempo, non ho mai avuto la voglia e la disciplina di farne un mestiere. Pensavo a queste cose l’altra mattina, quando la professoressa di lettere, dopo tanti anni, mi ha mostrato una foto che mi ritrae, per sbaglio, accanto a Mario Luzi. Comunque non importerebbe nemmeno scrivere bene bene, nel senso di formalmente corretto. Certo, basta non fare errori, ma se la matematica è un’opinione, figuriamoci la grammatica. Il lessico dovrebbe essere piuttosto famigliare: scrivere come si parla. Forse meglio, ma appena un po’. Piuttosto occorre uno stile. Quello che preferisco sono periodi brevi. Tipo “presto fu tardi nella mia vita”. Punteggiatura frequente e perché no, pure qualche virgola, purché non seminata a caso, in barba a chi dice che con il nuovo linguaggio informatico la virgola sarebbe superata. Insomma scrivere è scrivere. La narrativa non è saggistica, tantomeno giornalismo. Uno scrittore non deve avere necessariamente ingoiato la macchina, deve essere un’altra cosa. Non saprei dire di preciso cosa, ma un’altra cosa. Se è triste si deve sentire, si deve capire la malinconia nelle cose che descrive, nelle storie che racconta o inventa, bugiardo com’è. E anche se fosse la sua vita, che male ci sarebbe a renderla nota. Non importa se poi ti chiedono se sei depresso. Se lo sei, mi dispiace. Ma non per forza devi esserlo, la tristezza non è una malattia. Non te ne devi scusare, giustificare o curare. Non c’è niente di più malinconico nel vivere senza malinconia, come nella canzone. Poi uno che scrive lo sa che non è necessariamente uno scrittore e forse sarebbe meglio smettesse e riprendesse a leggere. Ma alla fine c’è di peggio al mondo. Ad esempio un cattivo scrittore o un mediocre. Anzi un mediocre scrittore è anche peggio di uno cattivo. Da uno cattivo prendi più facilmente le distanze, te ne accorgi, lo scrittore mediocre ti fa apparire la scrittura scontata e lagnosa. E invece scrivere è difficile, ma diverso, divertente. Nei casi migliori perfino appagante. E così speri sia per chi legge.

L’altro giorno per la memore compassione che alberga in noi insieme alla fredda dimenticanza, seguendo una ricerca per risalire l’albero genealogico della mia dispersa famiglia, mi aggiravo per il cimitero. Era un mattina un po’ grigia, ancora fresca, di tarda primavera, piovigginava. Perfetta per un tour vagamente foscoliano. Non trovavo i miei morti da tanto che non ero più venuto a visitarli. Mi ero sempre limitato, per le canoniche ricorrenze, ai miei genitori e a un amico di gioventù. Le indicazione di mia sorella, alla fine, mi hanno ricondotto sulle tracce dei più lontani defunti. Erano sempre lì. Non li avevano trasferiti e ridotti in un ossario come pensavo potesse essere avvenuto. Le loro foto tombali sfidavano la memoria ed il tempo e così i loro poveri resti. I nonni, le zie, che chiamavamo così, ma erano sorelle della nonna, forse prozie. Stavano nell’ala più antica, ormai cadente e dismessa, del cimitero costruito da un architetto che fu famoso. Accanto a tombe di famiglie storiche con sepolcri istoriati da florilegi marmorei ingialliti dagli anni, recanti auliche iscrizioni a perpetuare il martirio di eroi militari, il sacrificio di madri esemplari, il dolore inconsolabile di fanciulli o giovinette che la morte anzitempo si prese ed immerse nel buio. Un compassionevole anelito di eternità avvolgeva quelle sepolture illacrimate. E questa presunzione di memoria o di vita stessa oltre la morte, contrastava con i pavimenti sconnessi, le volte scrostate, le recinzioni di sicurezza di quell’ala abbandonata in cui i sepolcri giacevano. Così tutto si logora e svanisce. Ed ecco che cosa resta e come finisce la vita, con la morte e anche dopo. Così anche la mia discendenza, al tramonto del suo tempo. E, in fondo, anche la scrittura è un retaggio sepolcrale che consegnamo al tempo perché un poco duri oltre noi. Poi, se non sarà bruciata prima a 451 gradi fahrenheit -ma è la temperatura a cui brucia la carta e non scrivo su carta- anch’essa, come ogni cosa, sarà dispersa e dimenticata. Ma questo non mi deprime, mi lascia solo addosso una grande malinconia che, sembrerà strano, mi aiuta a vivere e a scrivere meglio.

Marco Celati

Pontedera, 29 Giugno 2018

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Non c'è niente di speciale nella scrittura. Devi solo sederti davanti alla macchina da scrivere e metterti a sanguinare” l’ha detto Ernest Hemingway senza pensare agli anemici, né agli emofiliaci. Che scrivesse in piedi è noto e leggendario. Che i migliori scrittori sono dei gran bugiardi lo dice Clive Owen, che lo interpreta, a Nicole Kidman nel ruolo di Martha Gellhorn nel film “Hemingway & Gellhorn” di Philip Kaufman, ma chissà se è vero. “Presto fu tardi nella mia vita” è “L’amante” di Marguerite Duras. “Scrivere & Sanguinare”, elaborazione grafica splatter dell’autore. 

Marco Celati

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