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Invece di asparagi trova una lapide romana

La lapide è stata trovata in un canale all'interno di un bosco e dà voce ad una famiglia di liberti. È datata al II secolo dopo Cristo

La lapide romana trovata in un bosco livornese

La mattina dello scorso 11 Marzo, Roberto Tessari, vigile del fuoco di Livorno in pensiome e attualmente appartenente al Gruppo Archeologico Paleontologico di Livorno, ha informato telefonicamente il funzionario archeologo della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno, dottoressa Lorella Alderighi, anche mediante foto inviate per whatsapp, di quanto lui poteva vedere e riconoscere presso un canale in un’area della campagna livornese dove si trovava in cerca di asparagi. 

Dalle immagini risultava trattarsi di una lapide funeraria di epoca romana, in pietra, perfettamente integra nell’epigrafe iscritta e leggermente lacunosa su due angoli della cornice.

Come spiegano dalla Soprintendenza in una nota, il reperto si trovava immerso nell’acqua, scivolato dall’argine probabilmente in occasione delle recenti continue piogge, in una zona lasciata incolta ma frequentata assiduamente da cacciatori e cercatori di asparagi. 

Ritenendo necessario provvedere immediatamente alla salvaguardia del reperto, data la pesantezza della lapide, l’impervietà del luogo e la lontananza da strade carrabili, è stato organizzato il recupero grazie all’aiuto del Comando dei Vigili del Fuoco di Livorno, ai quali va un grande ringraziamento per il lavoro svolto da parte della Soprintendenza.

Portato a termine il recupero con molta difficoltà, la lapide è stata ricoverata in un primo momento presso la sede dei vigili del fuoco di Livorno e successivamente presso la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno, diretta dall’architetto Valerio Tesi, dove è conservata in attesa di una dovuta pulitura della superficie ed una eventuale prossima esposizione.

Si tratta, come spiagano dalla Soprintendenza, di una lapide funeraria romana, alta 29 centimetri (un piede romano) e larga 45 centimetro (un piede e mezzo), spessa 9 centimetri; le lettere sono capitali, alte 4 centimetri, ben allineate su tre righe e incolonnate in modo da provocare un risultato estetico.

La lapide doveva essere inserita in un monumento funerario dedicato alle tre persone ivi ricordate. Sul quarto rigo è presente la formula abbreviata V(ivus/ivi) . F(Fecit/fecerunt) ad indicare che i personaggi citati, appartenenti alla stessa famiglia, hanno fatto realizzare il monumento funerario mentre erano, forse solo due di loro, i dedicanti, ancora in vita. 

La scoperta è assai interessante in quanto si tratta di una delle rare lapidi iscritte romane perfettamente conservate nel loro testo, tra quelle rinvenute nel territorio livornese. Pur essendo indiziati in passato alcuni luoghi vicini ma non limitrofi per l’epoca preistorica e per ipotetici resti non databili, il sito al momento non presenta alcuna struttura muraria, cosa che comunque si potrà appurare mediante sopralluoghi nei prossimi giorni, appena il terreno, attualmente impantanato, sarà di nuovo agibile. 

Visto l’isolamento del sito, oggi come forse anche in passato, a carattere boschivo e non coltivato, non si esclude che la lapide possa indicare il luogo di un laboratorio di lapicida, ovvero che la lapide non sia mai stata collegata ad una struttura funeraria in quanto il retro del marmo, grossolanamente sbozzato, ad occhio nudo non presenta tracce di malta. 

L’iscrizione è databile probabilmente al II sec. d.C. II nome gentilizio qui citato per i personaggi maschili (Titus Anconius Severus, Anconius Priscus) e la figura femminile (Sabinia Severa) non appartengono a personaggi noti e solo per la prima figura maschile è citato il praenomen; mancano inoltre per i maschi i patronimici e la tribù di appartenenza ed il gentilizio è copiato sul nome di una città (Ankòn/Ancon); sono tutti fattori che potrebbero indicare lo status di liberti (un liberto pubblico o figlio di un liberto pubblico), ovvero quei gruppi sociali, importanti economicamente, che tra il II ed il III sec. d.C. lasciano tracce di sé nella documentazione epigrafica dell’Etruria settentrionale, al punto da cercare di ottenere una specie di consacrazione sociale anche grazie al monumento funerario. 

E’ anche per questo che si preparano la lapide funeraria mentre sono ancora in vita.

Come sottolinea la funzionaria Lorella Alderighi contattata da Quinews Livorno: "Si tratta di una lapide che parla e racconta una storia di una famiglia di liberti, ovvero schiavi liberati che lavoravano, potevano arricchirsi ma non avere una dignità sociale".

"L'ipotesi - aggiunge Alderighi è che tale lapide sia stata fatta realizzare dal padre per i figli, di cui il maschio già morto e che aveva già ottenuto un suo riconoscimento sociale".

Sono due le ipotesi che fa Alderighi "o nella zona c'era una fabbrica di lapidi e questa non è mai stata ritirata, oppure la famiglia aveva una attività e viveva nella zona dove è anche stata sepolta. Analisi più accurate sulle tracce di malta e sopralluoghi ulteriori nella zona potranno dirci qualcosa in più".