"Oggi non siamo qui soltanto per ricordare una data o un capitolo della storia. - ha detto il Prefetto Giancarlo Dionisi in apertura della cerimonia in occasione della Giornata della memoria a Livorno - Siamo qui per compiere un atto solenne: dire che la memoria è viva, e che lo Stato, le istituzioni, la comunità tutta non dimenticano".
"Il Giorno della Memoria non è mai una commemorazione semplice. - ha proseguito - È un momento che chiede silenzio, rispetto, ascolto profondo. Perché ciò che ricordiamo non è solo il passato, ma una ferita che ha segnato l’umanità intera: la persecuzione, la deportazione, lo sterminio del popolo ebraico, insieme a tante altre vittime dell’odio e della disumanizzazione".
"Oggi, come rappresentante dello Stato, sento il dovere di affermarlo con chiarezza: lo Stato italiano riconosce quel dolore, lo onora e se ne fa custode. Custode di una memoria che non appartiene solo alla Comunità ebraica, ma che è parte integrante della nostra identità repubblicana, della nostra coscienza civile. Le leggi razziali, le deportazioni, l’indifferenza, quando non la complicità, delle istituzioni di allora ci interrogano ancora. E proprio per questo la Repubblica, nata dalla sconfitta del nazifascismo, ha scelto di fondarsi su valori opposti: la dignità della persona, l’uguaglianza, la libertà, il rispetto delle minoranze. La presenza oggi degli studenti, delle scuole, del mondo dell’educazione è forse il segno più forte e più vero di questa giornata. Perché la memoria, se non viene trasmessa, si spegne. E quando la memoria si spegne, l’odio trova di nuovo spazio".
"Ricordare non significa restare prigionieri del dolore. Ricordare significa assumersi una responsabilità: vigilare, riconoscere i segnali dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo, di ogni forma di esclusione, anche quando si presentano in forme nuove, più sottili, apparentemente innocue.
Oggi rendiamo onore a chi ha sofferto, a chi è stato umiliato, perseguitato, privato della libertà e spesso della vita solo per ciò che era. E rendiamo onore anche a chi è tornato, portando con sé una memoria dolorosa, ma necessaria. La consegna delle Medaglie d’Onore è il modo con cui la Repubblica dice, anche a distanza di tanti anni: vi vediamo, vi riconosciamo, vi chiediamo perdono e vi siamo grati.
"Consentitemi di dire che la memoria non deve alimentare divisioni o rancori. - ha aggiunto il Prefetto - Al contrario, deve aiutarci a rasserenare gli animi, a ritrovare un linguaggio di rispetto, a ricucire ciò che l’odio ha strappato".
"La memoria autentica non è mai vendetta: è consapevolezza, è responsabilità, è impegno per la pace. - ha concluso il Prefetto - Se sapremo custodire questa memoria, se sapremo trasmetterla ai più giovani non come un peso ma come un patrimonio, potremo riprendere un filo di crescita comune, civile e morale, nella pace".